Quando la politica ha il primato sulla rappresentanza
Riportiamo un articolo di Paolo sulle primarie, pubblicato oggi dal quotidiano Europa, che evidenzia le differenze tra le mozioni Bersani e Franceschini
Avviata la campagna per le primarie, può essere utile svolgere alcune considerazioni sulle differenze tra le mozioni Bersani e Franceschini riguardo al rapporto tra rappresentanza sociale e politica, anche a partire dal recente pronunciamento del segretario generale della Cgil.
Credo che il lavoro svolto da Franceschini nei mesi in cui ha guidato il Pd, a cominciare dalla sua partecipazione alla manifestazione nazionale della Cgil, dimostri che Dario ha inteso interloquire con l’insieme delle organizzazioni sociali a partire da una sua posizione autonoma, con una elaborazione che gli ha consentito di continuare un dialogo con l’insieme del mondo sindacale.
Anche nel discorso alla convenzione nazionale il richiamo al mondo del lavoro, alle sue difficoltà, alle sue condizioni materiali, mi è sembrato particolarmente chiaro, come chiaro è stato l’atto di salire sui tetti in Campania insieme ai precari della scuola.
In questo senso non pongo rilievi alle posizioni sul lavoro avanzate da Bersani, che considero altrettanto chiare, ma bensì ad una certa idea del rapporto tra rappresentanza sociale e politica che emerge spesso nei pronunciamenti di Massimo D’Alema e che trovano conferma nei comportamenti che intendo illustrare.
Sia D’Alema quanto Bersani hanno sostenuto le mobilitazioni di inizio anno della Cgil di contrasto alle politiche di Berlusconi, ma con la stessa forza D’Alema attaccava, criticandole come conservatrici, le manifestazioni della Cgil degli inizi degli anni 2000.
Manifestazioni che, seppur in diverse fasi storiche, avevano piattaforme sostanzialmente identiche. Dov’è dunque la differenza: è che ora siamo all’opposizione e allora eravamo al governo? Sta qui l’idea che le forze sociali debbono, in qualche modo, avere un atteggiamento diverso a seconda della collocazione dei propri partiti di riferimento.
E’ qui, quindi, l’idea di una sostanziale subalternità tra il sociale e la politica figlia della tradizione socialista e terza internazionalista del secolo passato.
In questi giorni si sono svolte le mobilitazioni dei metalmeccanici della Fiom che ponevano a base della rivendicazione sostanzialmente due richieste: il principio della partecipazione democratica dei lavoratori sugli accordi sindacali; la moratoria dei licenziamenti per arrivare ad un contratto ponte capace di tener conto della crisi in atto e che scongiurasse l’applicazione dell’accordo separato.
Purtroppo a queste manifestazioni non hanno preso parte quegli esponenti politici che in altre occasioni affollarono i cortei. Che differenza c’è, trattandosi di piattaforme ragionevoli e congiunturali, tra le diverse manifestazioni? La differenza è il mutato momento politico o le diverse opportunità? Se è così si ripropone ancora una volta l’antico modello di primato della politica su ogni altro tipo di rappresentanza, e ciò non mi convince.
Invece oggi, nel pieno di una crisi profonda della democrazia nel nostro paese, la battaglia per far esprimere i lavoratori sui contratti diventa decisiva anche per tentare di recuperare quella parte del mondo del lavoro che la frammentazione, l’insicurezza, la paura ha portato a scegliere la destra.
In questo senso penso che la differenza nel rapporto tra forze politiche e sociali è centrale nelle due diverse idee di partito.
Avallare un’idea di primato della politica è rimettere in discussione la peculiarità del sindacato italiano che ne ha fatto negli anni soggetto politico autonomo e unitario.







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